No-code e Blockchain: la nuova sfida all'egemonia di AWS nel cloud
Introduzione
Nel panorama digitale di oggi, la promessa della decentralizzazione è più che una frase di marketing: è la promessa di un futuro in cui il controllo delle informazioni non è più concentrato in poche mani. Le aziende Web3, le startup di criptovalute e i progetti open‑source si presentano come pionieri di questa rivoluzione. Tuttavia, dietro l’apparente autonomia si nasconde una realtà più complessa: la maggior parte di queste iniziative dipende ancora da infrastrutture cloud centralizzate, con Amazon Web Services (AWS) che domina il mercato. Recenti notizie di un dirigente del settore crypto hanno sollevato la questione di come strumenti no‑code e soluzioni decentralizzate stiano minacciando la preponderanza di AWS, offrendo alternative più agili e in linea con la filosofia Web3.
La dipendenza di Web3 dal cloud centralizzato
Grandi nomi come Coinbase, Binance e Kraken ospitano i propri server su AWS per sfruttare la scalabilità, l’affidabilità e la sicurezza che la piattaforma offre. Anche i progetti di smart contract su Ethereum, Solana e Polygon si affidano a nodi gestiti da provider cloud per garantire l’accessibilità e la velocità delle transazioni. Questo modello, sebbene efficace, contraddice la visione di un network completamente decentralizzato in cui nessun singolo punto di controllo può influenzare l’intero ecosistema.
La dipendenza dal cloud introduce rischi di censura, di vulnerabilità centralizzate e di dipendenza economica da un singolo fornitore. Le aziende Web3, pur criticando l’uso di AWS, spesso non dispongono delle risorse o delle competenze necessarie per migrare verso soluzioni distribuite al 100%.
Il ruolo dominante di AWS
AWS detiene quasi il 30% del mercato globale del cloud, con un fatturato annuo che supera i 70 miliardi di dollari. La piattaforma offre una vasta gamma di servizi: calcolo, storage, database, intelligenza artificiale, e infrastrutture blockchain (Amazon Managed Blockchain). Questa ampia offerta consente alle startup di lanciare rapidamente prototipi, testare nuovi prodotti e ridurre i costi di sviluppo. Tuttavia, la centralizzazione di queste risorse può creare un punto unico di fallimento e un potenziale per la sorveglianza dei dati.
No-code: un'alternativa emergente
Cos'è il no-code e perché è rilevante per Web3
Il no-code è un paradigma di sviluppo che consente di creare applicazioni complessi senza scrivere codice. Piattaforme come Bubble, Adalo, Thunkable e Webflow hanno rivoluzionato il modo di costruire siti web e app, rendendo la tecnologia accessibile anche a chi non è programmatori. Nella sfera Web3, strumenti come Moralis, Alchemy, Truffle Hub e Anchor offrono interfacce grafiche per interagire con smart contract, gestire wallet e monitorare reti blockchain.
Come i no-code stanno sfidando AWS
Queste soluzioni riducono la dipendenza da infrastrutture centralizzate sfruttando reti distribuite, storage decentralizzato (come IPFS), e nodi pubblici. Per esempio, Moralis permette di creare un backend per un dApp in minuti, gestendo sia la connettività alla blockchain sia la persistenza dei dati su IPFS. In questo modo, l’intera applicazione non è più affiancata da un server AWS ma distribuita su più nodi, riducendo il rischio di single point of failure.
Le piattaforme no‑code aumentano la rapidità di sviluppo: un team può passare da un'idea a un prototipo in poche ore. Questa velocità è cruciale in un settore dove la competitività è determinata dalla capacità di lanciare nuove funzionalità e prodotti sul mercato in tempi brevi.
Implicazioni per la decentralizzazione
La diffusione dei no‑code ha un impatto diretto sulla decentralizzazione. Se le applicazioni sono costruite su infrastrutture distribuite, i dati non sono più custoditi su un singolo server controllato da un provider, ma su una rete di nodi che possono essere gestiti da comunità, investitori o persino utenti finali. Ciò allinea la pratica tecnica con la filosofia dichiarata di Web3: “Non c’è un unico punto di controllo”.
Alcuni critici sostengono che, nonostante la tecnologia no‑code possa ridurre la dipendenza da provider cloud, la maggior parte delle piattaforme no‑code è ancora gestita da aziende centralizzate. Per esempio, Bubble è ospitato su Amazon EC2, e molte soluzioni di backend come Firebase di Google sono anch’esse cloud‑centrali. La vera sfida, quindi, è creare ecosistemi no‑code realmente distribuiti, con nodi gestiti da più stakeholder.
Il futuro del cloud per la blockchain
Il settore è in transizione. Le grandi aziende cloud stanno iniziando a offrire servizi specifici per la blockchain, come Amazon Managed Blockchain, Azure Blockchain Service e Google Cloud Blockchain. Tuttavia, la loro offerta tende a seguire modelli di infrastruttura centralizzata. Alcuni investitori vedono la possibilità di creare un “cloud decentralizzato” che utilizzi tecnologie come blockchain, IPFS, e reti di edge computing per distribuire i carichi di lavoro.
Un’alternativa emergente è l’uso di “cloud hybrid” dove parti dell’applicazione sono ospitate su cloud pubblico (per la scalabilità) e parti su infrastrutture decentralizzate (per la sicurezza dei dati critici). Questo modello cerca di bilanciare i vantaggi della centralizzazione con gli obiettivi di decentralizzazione.
Conclusioni
Il panorama Web3 sta affrontando una dicotomia cruciale: mantenere la promessa di decentralizzazione pur sfruttando la potenza del cloud. Gli strumenti no‑code stanno emergendo come una risposta pragmatica, permettendo lo sviluppo rapido di applicazioni decentralizzate senza dipendere completamente da provider come AWS. Tuttavia, la vera rivoluzione richiederà la costruzione di infrastrutture no‑code distribuite, dove la gestione dei dati e delle transazioni è condivisa tra molteplici nodi. Se le startup e le grandi aziende riusciranno a superare la dipendenza da AWS, il futuro del cloud potrebbe trasformarsi in una rete più aperta, resiliente e in linea con i principi fondate di Web3.